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Il caffè e la storia del cinema

Il caffè nel cinema italiano: le scene che hanno fatto la storia

Il caffè nel cinema italiano sancisce una di quelle relazioni lunghe, consolidate e rincuoranti che ritroviamo nelle scene cult che hanno fatto la storia del cinema nostrano. La ragione è presto detta: l’espresso, scandendo la quotidianità degli italiani, ne racconta la normale routine anche sul grande e piccolo schermo, diventando spesso il punto focale di una scena.
Il caffè è parte integrante del nostro essere italiani, accompagna i riti di accoglienza, i gesti d’amore e di convivialità. In poche parole il caffè per noi italiani racchiude appieno il concetto sacro di “sentirsi a casa” e la nostra cinematografia non poteva che riflettere su pellicola questa passione incondizionata.

Tanti sono i momenti culto che andrebbero citati. Come non ricordare Eduardo De Filippo che in Questi Fantasmi!  a tutto può rinunciare tranne “che a questa tazzina di caffè presa sul terrazzino con nu poco de sole”. Nel suo monologo De Filippo, con sguardo rivolto allo spettatore, ci racconta i piccoli segreti del perfetto caffè napoletano e il piacere che lui stesso trae dal prepararlo. Un racconto dolce, rispettoso e delicato che nella sua magistralità ci coinvolge nell’immenso piacere che si prova a gustarsi un caffè preparato a regola d’arte.

Il caffè nel cinema italiano: quando l’espresso ruba la scena ai protagonisti

Tutto ha inizio negli anni ’50 con La banda degli onesti. Qui un caffè ordinato e consumato al bar diventa per Totò l’espediente per spiegare al signor Lo Turco i meccanismi del sistema capitalista: le tazzine sono inizialmente ricolme di caffè amaro, poi la “tazzina capitalista”, più votata all’azione dell’altra, inizia a fare incetta di zucchero. Totò – nella comica dimostrazione – la riempie esageratamente di zucchero, interrompendosi solo quando il barista lo avverte del fatto che continuando dovrà pagare un supplemento. Totò conclude così la spiegazione lasciando Lo Turco con un caffè amaro e freddo da bere.

 

Dal caffè di una piacevole pausa giornaliera come pretesto di disquisizioni politiche passiamo poi ai primi anni ’60 con Divorzio all’Italiana. Il Barone di Mastroianni è l’incarnazione perfetta di tutte le viltà del tipico “maschio italiano” che, con codardia e vigliaccheria, influenzeranno l’immaginario della nostra cinematografia negli anni a venire. Il rito del caffè è per il regista il pretesto per fornire allo spettatore un ritratto preciso e intimo dei personaggi

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Arriviamo ora agli anni ’80 quando Nanni Loy dedica il film Cafè Express ad un invalido napoletano (Nino Manfredi) che cerca di sbarcare il lunario vendendo caffè abusivamente sui treni Intercity. Il film si ispira ad una serie televisiva dello stesso regista dove, per mezzo di camera nascosta, comuni viaggiatori raccontano le loro impressioni sull’Italia di allora. Tra questi Loy rimase colpito dall’intervista di un signore con evidenti problemi a una gamba che, proprio come il personaggio di Manfredi, serviva caffè sui treni senza licenza.
Qui il caffè è un pretesto per narrare storie di uomini più che di personaggi, incarnando alla perfezione gli aspetti contraddittori della realtà italiana degli anni ottanta.

 

Di tutt’altro tono è il film Premio Oscar Mediterraneo. Un gruppo di soldati italiani finisce su una sperduta isola greca; ognuno di loro è costretto a convivere con se stesso e con le proprie paure, regalando allo spettatore lo spaccato struggente delle dinamiche che entrano in gioco nelle relazioni di amicizia. Celeberrima è la scena dove Bisio beve un caffè greco lamentandosi del gusto, mentre Abatantuono lo rimprovera così: “Si sente il profumo e si aspetta, il piacere sta tutto lì.”
Con questo dialogo Salvatores mette a nudo l’indole dei personaggi: quello di Abatantuono – a differenza di quello di Bisio – ha già fatto suoi i ritmi lenti e pacati dell’isola dando il là al processo di introspezione attraverso il quale dovranno passare tutti i personaggi del film, affinché si compia la catarsi narrativa.

 

Nello stesso anno in Pensavo fosse amore… invece era un calesse si narra la vicenda di un amore non corrisposto che trova in una tazzina di espresso il letale alleato. Così Troisi, nelle vesti del personaggio protagonista, rischia di essere avvelenato con un caffè “corretto” con veleno per topi, offerto dalla giovane sorella del suo più caro amico, di lui follemente innamorata.

 

Veniamo dunque agli anni duemila quando, nel celebre film compilation Coffee and cigarettes, Roberto Benigni siede a un tavolo bevendo caffè, dialogando – per l’appunto – di caffè e sigarette.In questo film il caffè assume un ruolo significativo rispetto allo sviluppo del plot narrativo, Jarmusch raccoglie undici cortometraggi in bianco e nero dove una serie di personaggi variegati si susseguono in una tavola calda, prendendo il caffè come pretesto per interrogarsi sul senso della vita.

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